Quello che sta andando in scena tra le due sponde dell’Atlantico è un vero scontro di civiltà. Due modi fortemente diversi di intendere il vivere civile sono giunti ad un punto di confronto.
Non si tratta quindi dell’effetto di una personalità narcisistica ed eccentrica che temporaneamente sconvolge i rapporti per poi tornare al “business as usual”. Se Trunp fosse solo questo sarebbe un evento che, per quanto dannoso, non avrebbe un effetto a lungo termine. Un po’ come gli uragani che ogni tanto spazzano gli stati del sud degli USA seminando distruzione ma i cui effetti, dopo pochi mesi, si vedono solo nel ricordo e nella contabilità economica di alcune assicurazioni. Fenomeni passeggeri anche se produttori di danni considerevoli.
Trump è più di questo. Trump ha l’appoggio del suo paese perché ha colto un aspetto vero, ha solleticato una reale tendenza di pensiero e interpretato un sentimento realmente condiviso.
Trump non è il primo presidente USA che osteggia l’Europa. In effetti, TUTTI i presidenti USA hanno fatto quanto in loro potere per osteggiare la nascita di una unione europea. Tutti loro hanno sempre visto la “pericolosità” di un aggregato economico grande quanto e più degli Stati Uniti se fosse diventato anche uno stato federale. Hanno quindi sostenuto un paese contro l’altro, foraggiato economie centrifughe (vedi l’Irlanda), sostenuto la Brexit. Lo hanno fatto abbastanza nell’ombra, senza dichiarazioni ufficiali, come si fa normalmente tra paesi civili e amici ma senza mai perdere di vista l’obiettivo di bloccare la nascente comunità. E lo hanno fatto dai tempi in cui si chiamava Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio (CECA) nel primo dopoguerra.
E lo hanno fatto mentre sostenevano lo sforzo di ricostruzione della stessa Europa: perché un conto è non volere un competitor globale, un altro è non avere un mercato su cui poter vendere prodotti e che possa acquistare. Agli Stati Uniti questa lungimiranza non ha mai fatto difetto.
Ma c’è un punto fermo: noi per loro siamo “strani”. Più di quanto non appaiono “strani” loro a noi.
Loro sono davvero molto più «democratici» di noi. Nel senso etimologico del termine: dal greco antico δῆμος (démos), “popolo” e κράτος (krátos), “potere”. Per loro il potere proviene dal popolo che ha il diritto inviolabile di esercitarlo. Per loro ogni funzione di potere deve essere elettiva. Per loro il potere non elettivo è eversivo per definizione. E ogni potere elettivo è necessariamente discrezionale. Quindi deve essere soggetto a verifica frequente.
Così è elettivo il Presidente degli Stati Uniti che ha il mandato più breve di ogni altro capo di governo del mondo: 4 anni rinnovabili una sola volta anche con interruzioni. Sono elettivi i governatori degli stati e i più importanti incarichi di governo decentrato. Ma sono elettivi anche i giudici e i pubblici ministeri. Persino i capi delle polizie sono eletti. Ogni forma di potere deve rispondere al popolo. Se non per elezione diretta, allora deve essere sotto un controllo politico ferreo: l’esercito ha il Presidente come “commander in chief”, come comandante in capo (e vero comandante, non come il nostro Presidente della Repubblica che è capo dell’esercito solo formalmente). È il presidente che ha la “nuclear football” la mitica valigetta per dare i comandi effettivi di lancio di un attacco nucleare.
Le forme di potere che non sono elettive sono “sospette”. Così è sospetta la burocrazia dello stato, ogni agenzia che sia autonoma e ogni potere non chiaramente riferito al corpo elettorale.
Per noi è vero l’opposto.
Noi abbiamo una profonda diffidenza per il potere affidato ad una persona. Vorremmo un potere diffuso, policentrico e impalpabile. Il nostro sistema è orientato soprattutto a nascondere le leve del potere, a renderle disagevoli e lente. È il portato di dittature potenti e confronti aspri di ideologie che potenzialmente avrebbero portato le nostre democrazie verso il baratro del comunismo: un mix terribile di perdita di libertà, perdita di dignità e perdita economica. Ma, sfortunatamente, una ideologia dotata del fascino perverso della bontà d’animo. Direi quasi della “santità” dell’altruismo. Un fascino che ha ammaliato intere generazioni. Un fascino che mantiene la sua presa ideologica anche di fronte alla realtà, fatta di dittature e tradimento di ogni promessa (vedere come vive la popolazione di Russia, Corea del Nord, paesi ex sovietici rimasti nel comunismo ma anche della Cina).
Per noi, similmente alla promessa comunista, il potere è “apparato”: sistema che possa essere equo e incapace di personalismo. Il potere è la “legge”: parola feticcio che vorrebbe incarnare un verbo eterno e uguale senza opinabilità e senza ambiguità.
Se vogliamo capire le nostre differenze dobbiamo figurarci di trovarci ad un bar in mezzo ad un gruppo di amici che parlano di qualche problema che affligge la loro vita quotidiana: dal traffico alla sanità, scegliete voi. Il nostro gruppo di amici europei, dopo lungo discutere, troverebbe un accordo dicendo qualcosa come “ci vorrebbe una legge che obblighi…”: su questa affermazione sarebbero tutti convinti, salvo poi ridividersi sui contenuti della legge in oggetto. Sull’altra sponda dell’Atlantico la frase che metterebbe tutti d’accordo sarebbe qualcosa del tipo “dovrebbero mettere un responsabile a capo di questa cosa…”. Non quindi una “legge” ma una “persona”. Che se non va deve essere sostituita ma sempre da una persona.
Noi crediamo nell’”apparato”, nella legge. Loro nelle persone. Per questo per loro siamo incomprensibili molto più di quanto loro siano alieni a noi.
Trump ha messo a fuoco questo: la differenza tra democrazia umanistica e democrazia legalista. E ha additato al suo popolo la nostra come una democrazia deforme, aberrante e inconcludente.
Sfortunatamente per noi, non ha tutti i torti.